In periodi di cambiamenti cerchiamo punti di riferimento che ci aiutino e ci stimolino ad affrontare ciò che muta. È un naturale bisogno di sicurezza di fronte al nuovo. Non per chiudersi su se stessi, ma per affrontare meglio la realtà in cambiamento.
Questo atteggiamento attivo e responsabile deve essere favorito e non ostacolato dalla politica. In questo senso la sicurezza è un bene pubblico. Lo è naturalmente la sicurezza in senso stretto: garantire l’incolumità delle persone, contrastare la criminalità, salvaguardare le libertà dei cittadini, la libertà del Paese e la sua indipendenza. Questi sono compiti specifici delegati allo Stato.
Anche la sicurezza, nell’accezione più ampia del termine, è un bene pubblico. Per il giovane che si accinge ad entrare nel mondo del lavoro la sicurezza è data da una formazione all’altezza di quanto chiede il mercato; per la famiglia che mette al mondo figli e deve crescerli è il posto di lavoro con una remunerazione dignitosa; per l’impresa che crea lavoro e deve competere con la concorrenza interna e soprattutto esterna è la disponibilità di manodopera qualificata, di servizi efficienti, di infrastrutture adeguate, di imposte contenute e competitive, di leggi semplici e chiare, di certezza del diritto, di possibilità di sviluppo senza ostacoli inutili e ingiustificati.
Così intesa, la sicurezza favorisce la crescita economica e sociale. Sicurezza vuol dire quindi benessere. Né l’una né l’altro sono i fini ultimi delle nostre azioni. L’una e l’altro sono invece le premesse affinché gli individui possano fare le loro scelte di vita e coltivare i loro interessi, materiali e spirituali. Oggi purtroppo la sicurezza è minacciata. Evoluzione preoccupante, questa, se si pensa a quante risorse pubbliche, a quante leggi e regolamenti, a quanti strumenti e interventi statali sono stati approntati e vengono attuati. La spesa per la sicurezza sociale ha conosciuto un aumento impressionante nell’ultimo mezzo secolo, ma lo Stato è lungi dall’aver risolto i problemi di sicurezza sociale. Per quale ragione? Probabilmente perché si è pensato alla sicurezza senza tenere sufficientemente conto delle libertà del cittadino. Troppo spesso lo Stato, cioè l’amministrazione e le aziende pubbliche, hanno voluto sostituirsi al cittadino, limitandone la libertà di scelta con la giustificazione o la presunzione di saper scegliere meglio di lui.
Guardiamo per esempio a quanto è avvenuto in ambito sanitario: per migliaia di cittadini non vi è più nemmeno la sicurezza di avere una copertura finanziaria delle prestazioni da parte della cassa malati, alla quale siamo tutti obbligati ad assicurarci. Certamente ci sono dei profittatori e dei furbi, ma l’estensione del fenomeno indica che c’è qualcosa che non va. Per affrontare il problema ora si vorrebbe limitare ancor più la libertà di scegliere il medico, l’ospedale, la cassa malati.Questa è la strada della sicurezza illusoria e ingannevole, oltre che costosissima. Non è data sicurezza vera ed efficace senza libertà; e più si limita la libertà in nome di un concetto errato di sicurezza, più aumentano i costi a carico della comunità. Lungo questa strada la sicurezza non è più sinonimo di benessere, ma è il suo esatto contrario.
Benjamin Franklin disse: “Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza”. Limitando oltre misura le libertà potremmo giocarci, a medio-lungo termine, il benessere.
Ritengo che al nuovo Parlamento federale, eletto in ottobre, spetterà un compito importante: quello di attuare riforme di sicurezza in un quadro di ampie libertà di scelta per il cittadino. È anche la sola strada per garantire un impiego adeguato delle risorse pubbliche, ossia dei mezzi che i cittadini e le imprese mettono a disposizione dello Stato pagando le imposte e le tasse. Così intesa, la sicurezza è sinonimo di benessere, perché permette ai cittadini di realizzarsi ed evolvere sul piano personale e sociale.